IL MIO MODO DI INTENDERE LA POESIA

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“Quale virtù si ammira in un poeta? L’abilità di consigliare: noi li rendiamo migliori gli abitanti della Città.

Per il bambino c’è il maestro che spiega, per i giovani i poeti.”

Aristofane “Le rane”

 

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Carissimi amici poeti,

ho letto con tutta l’attenzione possibile, almeno così spero, il saggio “La mia poetica” di Emanuele Marcuccio. Come ho già avuto modo di dire, molti sono i punti della suo scrivere che trovo in sintonia e in armonia col mio modo di intendere il dettato poetico. In questa breve trattazione cercherò di evidenziare le uguaglianze  e le differenze che sono a sostegno delle  tesi su ciò che per me e Marcuccio è “ideale poetico”. Sento di poter affermare che pratico poesia fin da sempre, che devo tanto a mio padre che  a mia nonna paterna, insegnante  elementare per ben quarantacinque anni, l’amore per la lettura e per la scrittura. Ricordo che le prime conte, le prime filastrocche, le prime poesie ed anche le preghiere mandate a mente mi furono insegnate da mio padre nelle fredde sere invernali, trascorse nel tepore domestico. Da mia nonna, fervida lettrice e scrittrice, ho ereditato la passione per le lettere e quella per l’insegnamento. Devo anche ai mie insegnanti  fin dai primi anni di scuola, lo sviluppo a questa attitudine, a questo dono che mi è stato offerto non solo come dilettevole nota, ma anche come forza evocativa per essere della vita e con la vita. Ricordo che i primi riconoscimenti giunsero fin dalle scuole elementari ed io stessa in veste di insegnante ho sempre cercato di avvicinare gli alunni al mondo magico della poesia. Non so neanche io quanti fogli accartocciati e gettati via e quanti quelli che sono ancora da rivedere e considerare come scritti degni di nota. Poi pian piano, anche attraverso corsi qualificati di scrittura creativa, ho iniziato a porre mente in maniera sistematica a questo tipo di scrittura fino a giungere alla partecipazione a vari concorsi letterari e alla pubblicazione delle mie raccolte poetiche.  Anch’io come Marcuccio non amo scrivere in rima, mi piace leggerla in altri autori. Nei mie componimenti mi sembra quasi banale. Non la uso perché secondo me assoggetta la fluidità del pensiero a schemi già stabiliti in precedenza mentre il pensiero deve scorre libero sulla pagina bianca in un a cascata crescente di emozioni. Per dare musicalità al testo poetico preferisco usare quelle che vengono definite rime imperfette, cioè assonanze e consonanze, rima interna o rimalmezzo, paronomasie, allitterazioni, inarcature, le disseminazioni di suono, le onomatopee e qualche rima sparsa qua e là nel testo, ma sempre tutto  sotto l’egida della scrittura spontanea. Qualche volta mi son provata a scrivere dei sonetti, anche caudati, ma poi son sempre tornata al verso libero  e a quello sciolto. Sono convinta che per scrivere poesia non occorrono grandi parole; occorrono, invece, buoni contenuti che sono sempre e comunque  espressione perentoria del nostro mondo interiore che la percezione riesce a sublimare anche attraverso le figure di significato oltre che con quelle di suono, in componimento poetico. Come scrive Marcuccio, anch’io “ nel fare poesia seguo una struttura su due fasi”: la prima è quella della stesura di getto, cioè quella da lui definita “il primo fuoco dell’ispirazione” proprio come quando la prima fiamma divampa nel camino, e che ci porta a scrivere su scontrini della spesa, sulla carta delle posate, addirittura in piedi su un autobus e su qualsiasi foglio che abbiamo a portata di mano.

 

Scrittura in blu

 

 

Tutto ciò mi ricorda tanto la fase dell’animismo infantile e quella degli scarabocchi in cui i bambini credono che tutto sia animato e disegnano su qualsiasi tipo di superficie che si apra davanti ai loro occhietti furbi e le loro manine  svelte. Certo è che Pascoli non sbagliava a parlare del fanciullino!. La seconda parte della scrittura la dedico alla revisione del testo che può avvenire sin da subito o in fasi successive anche a distanza di tempo. In questo frangente tengo sempre vicino il  vocabolario di italiano e quello dei sinonimi e dei contrari perché dalla ricerca lessicale può sgorgare altra sorgente di idee. Questa sgrossatura e poi limatura, però, mantiene sempre la forza evocativa e allusiva dei primi pensieri, vera scintilla creativa ed è un lavoro che mi piace fare a mano proprio come un amanuense, solo a posteriori scrivo tutto al pc e salvo nelle relative cartelle,tenendo  sempre una copia  in cartaceo per poterla leggere a mio piacimento. Non penso che la poesia sia solo metrica. Sì, la metrica serve e va saputa usare, ma non è solo la metrica a fare la poesia. La poesia è fatta di emozioni, sensazioni e sentimenti e sono piuttosto i campi semantici  e le strutture concettuali a grappolo o lineari che siano a qualificare la stesura del testo. Delle figure di suono ho già detto, tra le figure di significato mi pace usare la metafora , l’anafora, la sinestesia, l’inarcatura, l’ossimoro e non le dispongo in modo razionale, ma lascio che siano le parole libere a dar loro una consistenza ben precisa. Lo zeugma è una delle figure tra le più difficili da usare e solo chi ha alle spalle studi classici, possiede l’abilità di usarla in poesia mentre a me è dato solo di sapere che c’è. Penso che la mia poesia sia un tipo di poesia simbolista, ermetica, talvolta cripta e di difficile interpretazione, ma sempre derivata da un’ osservazione attenta e da una scrittura spontanea. A differenza delle altre arti la poesia il lavoro preparatorio della poesia consiste tutto nella ricezione e archiviazione dei messaggi che ci giungono dall’esterno e che una volta elaborati, danno origine ai primi pensieri che sono fatalmente carichi di energia creativa. Ecco perché è importante fermarli subito per non lasciarli svanire e non permettere che il revisore interno possa attuare tagli e censure, impedendo l’espressione scritta. Mi piace curare anche la forma grafica del testo perché è una pratica che configura il componimento come poesia visiva. Esistono vari modi per poter comporre una forma grafica appropriata e non mancano certo gli autori da seguire. Se pensiamo ai calligrammi, come ad esempio la poesia “Il pleut” di Apollinaire in cui il poeta scrive i versi in verticale per dare l’idea della pioggia che cade, oppure ai disegni dello specchio, della camera sentimentale, del palombaro nelle “Rarefazioni e parole in libertà” di Covoni, alle parole evidenziate in grassetto nei lavori di Marinetti, alla disposizione dei versi di “La fontana malata” e di “Lasciatemi divertire” con le  onomatopee scritte a gruppi alterni, ed ancora la poesia di Majkovskij e quella dadaista di Hugo Ball senza escludere  Ungaretti ed altri poeti, vediamo come la forma grafica si configura quale scrittura per  immagini. Di rilievo in un componimento poetico sono anche gli spazi bianchi tra una strofa e l’altra, spazi che non frammentano la lettura, ma inducono una pausa di riflessione ed una maggiore acquisizione delle diverse possibilità di senso del testo.  Mi capita spesso di passare da un frammento poetico ad un testo di cinquanta versi, oppure di passare dalla scrittura di  un haiku a quella di un componimento con solo frasi nominali. Forse non ho ancora trovato uno stile ben preciso o forse è questo lo stile che mi è proprio. Certo  è che più scrivo e più mi accorgo, come succede anche a Marcuccio, che il mio non è un semplice esercizio di stile bensì un voler  dar corpo alle tante turbolenze dell’animo. Mi riconosco nelle sue parole mentre scrive che “la prosa non è nelle mie corde” perché anche per me è così. Ci provo a scrivere qualche racconto, ma i risultati sono sempre esigui. Mi sto accorgendo che la pratica dell’analisi e della critica letteraria mi appassiona sempre più  e può darsi che questo sia dovuto al fatto che la mia poesia è analisi e sintesi in forma discorsiva più che puro lirismo. Sono in linea col suo pensiero e mi sento di dire che “anche nella prosa possiamo trovare poesia” e che la poesia è in tutto ciò che ci circonda, dalla bellezza del creato  ad ogni forma artistica per “intuire l’universo” mediante la più “profonda forma verbale che possa  esistere”, la poesia. La poesia che tanto amo leggere anche a  voce alta per assaporare tutta la bellezza dei versi. Pensare poi alle note musicali, ad una rappresentazione di Puccini dal vivo a Torre del Lago, ascoltare Battisti, Chopin ed altri ancora e  sentire musica tutto intorno, è estasi pura! Sono anch’io del parere che un poeta debba prima di tutto essere uno spirito libero e non debba mai soggiacere alle mode; il poeta deve ricercare libertà, la propria libertà interiore che diviene epifania di ispirazione  continua. E la poesia è libertà anche nella sintassi visto che ammette anche l’anacoluto, figura che altrimenti sarebbe soggetta al lapis blu. Ma la libertà si ottiene solo a caro prezzo, dedicando amore e passione alle sudate carte.

amore

 

 

 

Lascio a tutti voi un caro saluto nella speranza, pur nella loro semplicità,  di aver fatto  cosa gradita nell’esprimere questi miei pensieri.

 

Con affetto, stima e sempre ammirazione.

Lucia Bonanni

9 settembre 2015

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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TRE PAROLE

(FILEminimizer) MAGLIETTA FIRMATA

Anche quella sera sie era seduta al tavolo accanto all’oblò

Aveva ordinato la solita coca ghiacciata e aveva preso a scorrere le pagine di un block notes.

La tendina lasciava intravedere la costa punteggiata di luci colorate e lei si perse in mille pensieri ad immaginare lo sciabordio delle onde contro le murate tinteggiate di bianco.
“Ti dona quel taglio di capelli”.
Le aveva detto Eros, il cameriere, quando l’aveva vista entrare nel locale di quel traghetto giá pieno di turisti.
“Ed anche la camicetta non é male!”.
Aveva continuato, soffermando lo sguardo su quei jeans malandrini che lasciavano indovinare altro.
Eros, o meglio, Bomber, per quella capacitá innata nel realizzare goals sentimentali, aveva l’occhio vivo, penetrante, simile ad una cellula fotoelettrica. Tra le sopracciglia e la radice dei capelli gli scendeva uno sbuffo di riccioli, ricacciato indietro con una espirazione di fiato, alternata al gesto della mano.
Amica di vecchia data di Eros, Agape era “di bella guancia”, con gli zigomi arrotondati come pomelli e la carnagione talmente fresca da farla somigliare ad un impasto di pasta di mandorle.
I capelli sciolti sulle spalle sembravano una trina sottilissima per guarnizioni e le mani avevano le movenze di una danza di neve.
Non amava abbigliarsi in abito da sera, ma osava sempre un tacco dodici, vero e proprio must di quella femminilitá che in un gioco sottile di sguardi riesce a comunicare forti emozioni e a far sentire l’uomo importante.
La puntualità non era mai stata il punto forte di Adone. Non si vedevano da mesi ed anche quella sera, puntualmente, era in ritardo.
“Ma come ti sei conciato!”.
Lo apostrofó lei, quando lo vide attraversare la sala tutto trafelato con quel bouquet di “orse” rosse, strette al petto come un bambino addormentato.
“La vita è un’opera d’arte! Ricordalo sempre… mia cara!.
Le sibiló in faccia mentre le sfiorava la guancia con un dito.
Adone, ovvero Boccadoro, personaggio dal cuore pieno di rughe, si distingueva per la mascella di vetro e quella bocca a stramazzo che scaricava in basso eloquenza continua.
Incerto e fugace, poco amava le relazioni a lungo termine e talvolta si lasciava andare ad atteggiamenti che risultavano di una ambiguità raggelante.
“Ma che se ne fará mai di uno scarrafone del genere!”.
Rimuginava intanto tra sé e sé il cameriere del tutto annoiato a preparare coppe di macedonia con gelato mentre avrebbe voluto essere lí a sfilare quella camicia con inserti trasparenti.
“Sei strano… Con quel chioccolo al mignolo e quella tinta di capelli mi sembri quasi…”.
Lo interruppe Agape mentre lui, Adone, continuava a sciorinare racconti di gite in barca e serate al chiaro di luna con quell’amico del cuore, conosciuto poco tempo prima in una pinacoteca londinese.
“Una margherita per la signora e una marinara per il signore”.
Annunció Eros, ficcando gli occhi nella scollatura della donna prima ancora di posare i piatti davanti ai commensali.
Poi con l’occhio sinistro lanció verso Adone uno sguardo di tacita intesa e scomparve in cucina.
“Sei carina con quel taglio di capelli”. Proferì Adone mentre addentava un trancio di pizza.
“Certo non é che sei molto appariscente… Se parli a mezza bocca, riesci comunque ad essere protagonista”.”Mah… scusa… com’è che ti chiami?”
“Tu invece con quei calzoni amaranto, la camicia verde, quel fazzolettino nel taschino e le scarpe bicolore mi sembri proprio Brighella!”.
“E poi, IO, mi chiamo Agape! A- ga – pe come l’amore totale!
Avevano bevuto fiumi di vino bianco, quello di Pantelleria, e adesso le parole si impastavano in bocca come pastarelle e i pensieri iniziavano a rallentare come una partita di calcio alla moviola.
Fu come una doccia fredda… Li vide che si avviavano abbracciati verso l’uscita del locale.
Sí! Proprio loro due! Loro due che scendevano lo scalandrone. Che si scambiavano effusioni in una serata al chiaro di luna. Che si dirigevano verso la discoteca dove lei e Adone si erano conosciuti.
E per giunta uno dei due teneva stretto al petto un bellissimo bouquet di “orse” rosse.
Drin… driiinnn…. diiiiinnnn…
“Uff.. che barba! Bisognerebbe impiccarlo chi ha inventato il lavoro!”.
Pensó Agape, schiacciando il bottone della sveglia.
Mentre faceva colazione con pane imburrato e marmellata di more, il cellulare di Adone prese a lampeggiare…
“Ieri sera ho bevuto troppo!”.
Si disse, infilandosi sotto la doccia, fredda.
Erano solo asimmetrie di logica mentale, in poche parole, stupidaggini o veritá rimaste nella nebbia quelle che adesso punzecchiavano la mente di Agape?
“Questa volta Cupido ha fatto davvero centro!”.
Commentó Carneade, il fioraio, con un sorrisino malcelato mentre le consegnava la merce.
“Ah… Eros…!”. “Almeno si fosse trattato di Amor e Psyche…!.
Le venne fatto di pensare mentre deponeva sul tavolo quel bouquet di anemoni gialli con un biglietto per Adone.
“Non smettere mai di avere dubbi perché nella vita ci sono cose che, indipendentemente dal lato da cui le vediamo, sono sempre le stesse e valgono per tutti. Come l’amore, per esempio”.
“Lo dice anche Paulo Coelho”. Pensó Agape, indossando un completo di cotone a fantasia.
Col rossetto rosso scrisse tre semplici parole su un cartoncino che lasció attaccato alla cornice di una vecchia fotografia che la ritraeva con Adone nei pressi del Tower Bridge.
“Saremo sempre amici”.
Dal cassetto della scrivania prese la penna stilografica e… “É stato tutto un bluf!”.
Fu il biglietto di saluto per Eros che lasció accanto alla penna.
Poi chiuse piano la porta della cabina e a passi svelti raggiunse la fermata dell’autobus.
“Scendo alla prossima fermata”.
Rispose alla persona che la guardava intensamente e le chiedeva dove fosse diretta.
Dopo la burrasca di quella notte il cielo era di nuovo terso, il mare cristallo liquido e la buona riuscita della giornata dipendeva solo da lei…

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FREE LEMON T(H)REE di Silvia Calzolari

SILVI CALZOLARI

“TRE LEMON T(H)REE” di Silvia Calzolai

Edizioni N.O.S.M.

In tutte le aree culturali si trovano testimonianze dell’utilizzo di figure geometriche, ricche di significati simbolici.

La figura geometrica che propone Silvia Calzolai é il triangolo e la troviamo nel componimento “Free lemon t(h)ree” che dà il titolo alla silloge ed apre l’intera raccolta.

Come sappiamo tale figura geometrica è collegata al numero tre, risultando essere un poligono di tre lati e tre vertici. Secondo l’interpretazione alchemica, il triangolo viene collocato tra il cerchio e il quadrato e rappresenta l’entità intermedia tra la spiritualità e la materia. Il triangolo è anche la rappresentazione grafica dei quattro elementi ed il triangolo con il vertice verso l’alto sta ad indicare il fuoco e il maschile mentre il triangolo col vertice verso il basso indica l’acqua e il femminile. “Triangolo rovesciato/(s)quadra femmineo/a circolo di linfe(in)appagate” e “fra radici e rami liberi” si possono cogliere i significati simbolici, decifrati attraverso la comparazione strutturale dei testi che compongono la silloge.

Il simbolo è il cuore pulsante dell’immaginazione, rivela i segreti dell’inconscio e rimanda alle motivazioni di ogni comportamento. La percezione è strettamente personale ed la sintesi tra le influenze dell’inconscio e le forze istintuali e spirituali in accordo o in conflitto tra loro.

Secondo Levi-Strauss ogni realtà culturale può essere considerata come un insieme di sistemi simbolici, primo fra tutti il linguaggio e poi l’arte, la religione, la scienza… che caratterizzano la tradizione, la storia e le leggi.

In ogni cultura l’<eterno sogno> di ogni donna è un “free lemon t(h)ree” cioè un libero albero di limoni che per mezzo dei frutti faccia risaltare tutta la solarità racchiusa nel cuore femminile.

Il titolo per quel dichiarato riferimento alle “esperidi”, limoni, arance, mandarini, bergamotti, cedri, sempre celebrati per la loro bellezza ornamentale che per i gustosi frutti, fa tornare tornare in mente il mito delle Esperidi in cui i Pomi d’oro sono simbolo di fecondità e amore.

“È finito/ da tempo il tempo/della sudditanza” dice l’autrice, riferendosi a quello stato di soggezione in cui si è sempre cercato ed ancora si cerca di relegare la donna, entità per la quale “il cibo dell’uguaglianza” è da mordere e graffiare. La donna in quanto tale npn è una “vittima-dono”da sacrificare ad un dio sole e neppure ad un cielo “di fumo e fuliggine”. La donna è una “…poesia…/anti-capitalista” perché nel suo ventre  dimorano “velate virtù” insieme al germe sublime della libertà che prende forma in una “danzante iperbole” sempre in sintonia con la vita.

Non a caso nel titolo si colloca la parola libertà unita al colore di un frutto che è delizia per gli occhi ed apprezzato per le sue qualità benefiche e curative. Inoltre la valenza simbolica del limone identifica le pene d’amore e la sua scorza è utile nelle cure di bellezza.

Ad una prima lettura il testo della Calzolai può sembrare astruso, fuori dagli schemi, lontano dai canoni del poetare, distante da una vena poetica elegiaca, privo di contenuti accettabili e riscontrabili nel vivere planetario, può apparire anche ambiguo e quasi disorienta per il costrutto sintattico, il lessico, i neologismi ricercati, le paronomasie, le assonanze, le consonanze e quelle parentesi dubbie e incerte.

Ma ad una seconda analisi e dietro una diversa chiave di lettura, si mostra in tutta la sua veste innovatrice e quei tratti ricercati e ambigui obbligano ad una analisi lessicale che mette in luce i rimandi ad altri autori mentre quelle parentesi evocanti dubbi, portano a riflettere sul doppio significato della parola come ad esempio in (dis)conoscere, (dis)unisce, (im)perfetto, (ri)trovo, (tra)veste, in cui il lettore può scegliere di leggere il verso con la parola originale oppure l’altra  che si viene a formare con il prefisso posto tra parentesi.

La forma grafica dei vari componimenti rivela originalità nel suo evolversi discorsivo tra i “fogli sospesi” di un desiderio di rinnovata vitalità interiore; emblema ne è il componimento iniziale che si configura sia in un triangolo col vertice verso il basso sia con un albero dalla folta chioma.

La visione  del mondo che si riscontra nella Calzolari, è una visone “sdoppiata” tra la fragilità dell’esistenza  che aspira all’ascesa verso la perfezione  e la materia che ricade sotto i suoi sensi. Nel titolo si annida sia il numero tre, simbolo di perfezione, sia l’albero con i suoi frutti dorati quale rappresentazione della vita nel suo divenire.

Un testo inusuale, non comune, da leggere con la dovuta attenzione, da bere a piccoli sorsi come una limonata fresca, guardando la copertina spumeggiante per quella fetta di limone immersa in una tazza di the e che pare una membrana di respiro a proteggere i principi nutritivi del frutto come vitamine per l’anima in modo da non fare della vita una fotocopia di “noia travestita/d’unicità profonda”.

LUCIA BONANNI

San Piero a Sieve

27/03/2014

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LEGGERA COME SPUMA

(FILEminimizer) GIORNALENon si era mai sentita così leggera! Neppure nel momento in cui era scoccata la scintilla e la sua vita aveva iniziato a prendere forma. Da dentro quell’involucro Psykhè vedeva il mondo attraverso lo sguardo di un corpo in continuo cambiamento e tutto le giungeva filtrato dai sensi sempre in guerra tra loro. Come un automa si guardò allo specchio del bagno e trasalì nel vedere la sua faccia bianca e smorta come quella di un fantasma. Poi andò alla specchiera della camera da letto e lì per lì non riconobbe l’esile figura che le stava di fronte. Adesso che era uscita da quella sagoma si muoveva con passi lenti e impacciati e, nuda com’era, le faceva anche freddo. Dall’armadio prese uno scialle e se lo mise addosso come era solita fare la sua padrona al mattino appena alzata. Poi si avviò nel corridoio, tirò su gli avvolgibili, inserì un CD nel lettore e diede da mangiare alla gatta che aveva preso a miagolare.Rimase sorpresa nel vedere Giulia ancora addormentata perché di solito si levava presto e dedicava il proprio tempo alla scrittura e poi alle faccende domestiche.Il giorno prima aveva partecipato ad un trekking dal Passo della Colla fino a Badia di Moscheta, almeno così le sembrava, e adesso voleva riposare, pensò Psykhè mentre si preparava la colazione. La temperatura della casa era scesa di alcuni gradi e lei iniziava a rapprendersi come latte accagliato. Forse sarebbe stata meglio al calduccio e decise di tornare in quel corpo dove aveva abitato fino a qualche ora prima. Andò in camera. Si accostò al letto. Scostò le coperte e piano si infilò sotto le coltri. Appoggiò una mano sul petto della donna e con delicatezza cercò di scivolare all’interno di quella sagoma come ci si fa scivolare addosso un abito di seta. Tentò più volte, ma la rigidità delle forme impediva un qualsiasi passaggio. Rassegnata al proprio destino, scostò le lenzuola e andò a rannicchiarsi sulla poltroncina di velluto ai piedi del letto. Si coprì con un plaid e si lasciò andare ad un sonno profondo.Non sapeva, se stesse sognando. Se fosse in una nuova realtà. Sentiva un tepore delicato insieme ad un gorgoglio di acque che le ricordava tanto quella del mare.Leggera come spuma sulle onde, le sembrò persino di nuotare e fare capriole in un liquido in cui galleggiavano anche esfoliazioni di epidermide mentre lei di tanto in tanto si aggrappava ad una specie di liana per tenersi ferma. Lì dentro era più buio del luogo dove si trovava adesso, ma le piacevano tanto tutte quelle carezze e tutti quei profumi che le giungevano su un propagarsi di onde come se qualcuno avesse gettato sassi in uno stagno.Adesso tutto era quiete e silenzio in quella stanza e dovettero trascorrere un paio di giorni prima che qualcuno giungesse a fare confusione. Guilia trovò dimora nel piccolo cimitero di Lucigliano mentre Psykhè restò a contare gli anni che aveva trascorso insieme a quel corpo inanimato.Per qualche ora restò a girellare per casa. Sfogliò un album di fotografie e cambiò l’acqua ai crisantemi, i fiori preferiti di Giulia. Rimise i libri sulle mensole e scrisse un biglietto di commiato che lasciò vicino alla cornice di una vecchia fotografia. Poi indossò il mantello di lana, aprì la porta e si incamminò lungo il viottolo ormai coperto da uno strato bianco e uniforme. Mentre attraversava il giardino, si sentì sollevare per l’ascelle e in attimo si ritrovò a volteggiare insieme ai fiocchi di neve che cadevano con ritmo regolare come se stessero danzando. Cercò di capire, ma intorno a sé non riusciva a vedere nessuno.Quello che riusciva a percepire era soltanto un delicato fruscio. Era bello volare in mezzo a quel biancore e finalmente si sentì pacificata col Mondo e con se stessa. Sorvolò le montagne e la valle; vide la Sieve, la Lora e il Tavaiano, poi il lago, la pieve di San Giovanni, il castello del Trebbio e il campanile longobardo che si appoggia sulla cupola di una basilica romanica, la fortezza di San Martino e il castello di Cafaggiolo.

(FILEminimizer) LA PRIMA NEVE IN MUGELLO (3)Verso sera giunse in un luogo dove tutto era di soffice spuma e una luce dorata filtrava attraverso cirri di bambagia. Nel suono della musica che accompagnava i suoi movimenti, le parve di riconoscere gli arpeggi di una nenia che le giungeva da un tempo lontano e sentì che alcune lacrime avevano preso a rigarle il viso. In quel coro di anime a Psykhè fu assegnato un posto poco distante dalle sorgenti dell’Arno. Le fu dato anche un quaderno, penne e matite colorate in modo che anche lì potesse continuare a creare versi per fare più bella la Terra che l’aveva ospitata per così tanto tempo.Su quella montagna “verde nero e argento: (la) solenne Falterona che si gonfia come un enorme cavallone pietrificato” proprio come aveva letto negli scritti del poeta di Marradi, il tempo non aveva consistenza. Le anime si nutrivano di miele selvatico e passeggiavano tra piante secolari e un sottobosco di gigli bianchi e fiori d’oro.

(FILEminimizer) DSC_2885Sulla Terra, invece, le incertezze si susseguivano alle incertezze e spesso la Natura si dichiarava nemica degli uomini. A quell’epoca il giardiniere di Giulia, era un ragazzotto sui trent’anni. Occhi chiari e sorriso angelico, indossava sempre un cappello di paglia e teneva gli arnesi da giardinaggio nelle saccocce di un grembiule stinto dal tempo. Di quelle aiuole curava ogni dettaglio ed ogni fiore era per le sue mani un oggetto d’amore.

Al contrario di lui, suo zio era una persona dallo sguardo gelido e il cuore rugoso. Più volte aveva cercato di insidiare Giulia e più volte la donna lo aveva respinto. Ma quella sera che l’aveva sorpresa da sola ad innaffiare i suoi amati germogli, l’aveva trascinata nella serra e l’alba l’aveva trovata con gli abiti stracciati e gli occhi spenti. Le acconciarono i capelli con nastri di seta e la adagiarono in un letto di petali di rose.Ma chi! Chi si era preso cura della donna, se la stanza in cui si trovava era completamente immersa nel silenzio e la casa completamente deserta? Psykhè era troppo sconvolta per poter ricordare! Era avvenuto tutto così in fretta che le restava difficile poter dare un volto a chi l’aveva privata della presenza della sua padrona.Ed ancora questo si chiese Psykhè, quando le fu consegnato il quaderno di Giulia! Un quaderno in cui erano stati disegnati gigli bianchi e fiori d’oro. Ma come poteva essere giunto fino a lei quel quaderno in cui lei poteva continuare a scrivere versi? Questa, però, é un’altra storia! Una storia infinita! Immortale come solo sa essere immortale la vita di ogni Anima che vive a contatto con la Natura e si eterna di Poesia.

 

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“CHI SIAMO NOI?” siamo “GERMOGLI DI PACE” poesie di Gigi Giussani e Lucia Bonanni

(FILEminimizer) PENNEChi siamo noi?

Siamo figure anonime che si muovono su  un drappo di valori eterni .

Siamo oggetti da colpire, formiche da schiacciare.

Siamo noi stessi sconosciuti l’uno all’altro, eppure animati da andamenti logici e normali.

Siamo impotenti alle vostre pianificate operazioni, la parte sana da estirpare per zombificare il mondo.

Siamo il bersaglio fermo, preoccupato solo di vivere il momento con dedizione e sacrificio.

Siamo il singolo della massa. L’unità di misura dei popoli.

Siamo l’onda silenziosa e costante.

Siamo l’Amore fatto ad arte. Quadro impressionista. Voce inascoltata.

Siamo testimoni della Storia e involontari protagonisti.

Siamo il simbolo, l’icona, il martire.

Chi siamo noi, ora che non siamo più?

Noi siamo uomini.

E portateci rispetto.

(FILEminimizer) PERGAMENA 
     
GERMOGLI DI PACE

 Non mi lascio da mani indurite

rubare il sorriso

e neppure il piacere di stare

in mezzo alla gente.

Come viandante smarrito

seguo il corso del tempo,

guardo le luci appuntate su drappi

di raso e al tramonto ammiro

fasci dorati che alle nubi cambiano

colore. Conosco bene

la sferza del dolore

e per questo voglio che nessun uomo

debba patire l’insania di altri.

Se la paura bussa alla porta

del cuore, chiudo gli occhi

e penso che il sentimento che provo

non è timore, ma speranza

di rinascita verso un nuovo sole.

Nel suo scrutare stelle fisse e pianeti

l’Uomo trova essenza d’ Infinito

ed io, testimone inerme, di una Storia

non voluta, mi immergo nello spazio

umano a cercare semi di quiete.

Germogli di Pace

voglio trapiantare su questa Terra

disfatta e con nardo e profumi

curare le cancrene 

che la spocchia di dottrine  violente

procura a figure innocenti.

(FILEminimizer) DSC_2698

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SEDUZIONE E SESSO IN LETTERATURA: Analisi e confronto di alcune opere letterarie

(FILEminimizer) amore e psiche

Come una grande scure

come uno spaccalegna, mi ha colpito

Eros. E la ferita mi ha lavato

in un torrente gonfio di tempesta. Anacreonte

Alla voce “sedurre” il vocabolario riporta: indurre con lusinghe e promesse all’unione sessuale; avvincere, allettare, esercitando un fascino irresistibile; distogliere dal bene con lusinghe o allettamenti mentre per “seduzione” spiega  la capacità di suscitare un’attrazione viva e irresistibile.In questo mio commento cercherò di prendere in esame alcune opere letterarie, fornendo come  chiave di lettura quella della seduzione e del sesso.

Lisistrata

Dipende da noi la sorte della città” afferma Lisistrata per incitare le altre donne alla rivolta contro i loro uomini. Nell’opera di  Aristofane  l’impalcatura drammaturgia più che nella trama è ravvisabile nell’oggetto del desiderio che sviluppa la forma del ricatto. Lisistrata, ben consapevole della forza presente nel sesso, convince le compagne a rifiutarsi ai loro mariti: o rinunciare al piacere oppure attuare un apolitica conciliatrice. “… ma noi diremo di no, senza degnarli di un’occhiata, e allora vedrete che concluderanno la pace in tutta fretta”. La “Lisistrata” oltre che ad essere la prima commedia greca con protagonista femminile, è anche il primo lavoro che affronta l’emarginazione della donna senza giustificare la personalità fortemente eroica. L’obiettivo perseguito dalle ateniesi sottolinea la volontà di cambiare il mondo e mette in evidenza il controllo della vita sociale che è espresso nella presa dell’Acropoli. “Su, balzate in alto, onorate questa vittoria. Evoè!”. La riconciliazione è celebrata con un banchetto rituale, scandito con gli inviti del Coro e la Pace permette e recupera la felicità. “Io gli voglio bene, certo, ma è lui che non vuole lasciarsene volere”, la frase di Mirrina, una delle donne in rivolta, ha un valore provocatorio e tende ad acuire la tensione e ad affermare una verità, cioè che l’uomo nega l’amore con la sua ostinazione nel voler fare la guerra. La ragione, l’astuzia, le modalità del desiderio non oppongono due forme di passione, ma “solo uno sguardo limpido e uno annebbiato, uno miope e uno lungimirante”. Lisistrata con un espediente ben calibrato inventa l’oracolo che fortifica la resistenza delle donne; è un atto manipolatorio, finalizzato al perseguimento del fine.

Alle “vesti cimberiche che cascano a pennello” e dalle quali Lisistrata si aspetta la salvezza, può essere paragonato il vestito verde che indossa Adela, personaggio indiscusso de “La casa di Bernarda Alba” di F.G. Lorca. “Si è messa l’abito verde che si era fatta per il suo compleanno ed è andata in cortile”, “Mi piaceva tanto quel vestito. Pensavo di metterlo il giorno in cui si va alla noria a mangiare il cocomero. Non ce ne sarebbe stato uno uguale”. Adela è la giovinezza, è la gioia di  vivere, ma è anche la disubbidienza, la ribellione,  la sovversione e l’opposizione al potere, costituito dalla figura di Bernarda. Nella frase “il mio corpo sarà di chi amo” esprime tutta la sua palpitante vitalità e tutto il desiderio di unirsi all’uomo che ama. Quella a cui va incontro Adela è una tragedia di sangue e di morte, generata da un assetto sociale immobile e immutabile che impone

leggi durissime e contro il quale si infrange ogni anelito di ribellione. “È morta vergine. Silenzio!”, intima Bernarda alla scoperta del corpo esanime della ragazza. “È questo il ventaglio da dare a una vedova? Dammene uno nero”. Già da queste prime battute in cui Adela porge alla madre un ventaglio a fiori rossi e verdi, si intuisce il dramma che la giovane donna  vive e che la porterà al suicidio. “Guardando i suoi occhi mi sembra di bere il suo sangue lentamente”, risponde Adela per dichiarare senza nessun tipo di reticenza il suo amore per Pepe il Romano, promesso sposo di quella sorella che dovrebbe essere felice, ma che invece non lo è. “E tu che ci sei andata a fare al portone?”, “Volevo vedere la luna nuova”. La ragazza aspetta trepidante il suo innamorato con il quale si incontra ogni notte presso “la finestra aperta”. “Va’ a prendere quattromila bengala e mettili attorno la cortile. Nessuno potrà impedire quello che deve succedere”, replica imperterrita la ragazza a La Poncia, la serva, “una vecchia scrofa” che va frugando nelle faccende altrui e che cerca di dissuaderla dall’intrattenere la relazione amorosa con Pepe. “Io sentivo avvicinarsi la tempesta, ma non credevo che sarebbe esplosa così presto”, e la tempesta esplode, deflagra, si apre come un vaso di Pandora e come lava che divampa investe la casa di Bernarda Alba. La investe con tormenti e cattive insinuazioni, con silenzi obbligati e forzate reticenze. “Lui mi vuole per la sua casa”, “Ho visto come ti abbracciava”. Non esiste amore fraterno tra le  due sorelle che si contendono l’amore dello stesso uomo e sarà Adela che agli occhi della madre, mujer dominante anche negli affetti, cesserà di essere figlia e si trasformerà in nemica. La colpa non viene attribuita a Pepe il Romano perché in fin dei conti “un uomo è un uomo”, ma ad Adela che riesce a conquistarlo con gaia e seducente sensualità. È ancora Bernarda che si scaglia furiosa verso la ragazza, “Quello è il letto delle male   femmine” le dice con “urli da caserma”, quando Martirio, additando la sorella, le fa notare la sua sottoveste piena di paglia. Il gesto di Adela che spezza in due il bastone della madre, è emblema di ribellione e rivela il contrasto tra la passione e la coscienza del suo sentimento d’amore. Se in Lisistrata la lusinga si volge in inganno, in Adela è entusiasmo che attrae e conquista.

                                                                                                                             (FILEminimizer) over-the-town-chagall                                     (FILEminimizer) bernarda laba                                                                                 “Quando leggemmo il desiato riso/esser baciato da cotanto amante,/questi che da me non fia diviso/la bocca mi baciò tutto tremante”.Alla condizione del suicidio di Adela che con tale gesto attua la separazione dello spirito dal corpo, restando così legata al cuore di Pepe, corrisponde il conflitto-peccato di Paolo e Francesca che può raccontare la sua storia e tornare ad essere donna nel momento in cui le sue parole ripetono il suo amore che si eterna e si rinforza nei versi dal poeta. al contrario del sentimento di Adela che viene zittito dal sipario di silenzio che Bernarda fa calare sulla propria casa.

“Quel letto pronto, le orchidee e i narcisi… mentre sostavo un momento nella camera in penombra era proprio come se avessi trascorso un’intera notte d’amore” così scrive Etty Hillesum nel suo Diario. Quella che vive Etty è una passione travolgente, dettata da forte e lucida attrazione culturale e spirituale che la porta ad intrattenere una relazione d’amore viva e vitale. La seduzione è arma affilata in mano alla donna ed è ancor più sottile e avvincente, se la capacità di suscitare interesse deriva da passione intellettuale più che dalla fisicità. Ecco allora che il corpo diviene punto di contatto di una spiritualità che è energia emozionale, calda e affettuosa.

“Il mio cuore è vicino a te, anche se il mio corpo è lontano. Se non puoi vederlo, non devi far altro che scendere nel tuo cuore e lì troverai il mio” sono le parole che Bernardo di Chiaravalle rivolge all’amica Ermengarda nel suo epistolario. Scopo della lettera che il monaco invia alla contessa è quello di rivelare tutto l’affetto per custodire e coltivare l’amicizia che li lega. È uno scritto pervaso di tenerezza e reciprocità in cui il sentimento è invito alla vita, castità di emozione e piacere che nasce dalla relazione amicale. Nello sguardo dell’amico c’è la conferma che sei amato e che sai amare perché l’amico è colui che fa scoprire il segreto profondo del nostro essere. L’amicizia, infatti, è campo aperto di finito e infinito; è  un insieme in cui si mescolano eros, philia, agape

merini                               per un incontro di suadente spiritualità e colui che  si avventura tra eros e agape, sceglie la castità che è amore senza possesso.

In parallelo alle vicenda di Adela si possono citare anche le opere della Deledda, “Canne al vento”, “Elias Portulo”, “L’edera” in cui l’autrice pone in evidenza i conflitti interiori dell’individuo, scatenati dagli istinti e dalle passioni con le “oscure pulsioni peccaminose”, dovute soprattutto all’attrazione sessuale. Il peccato sensuale è visto come rottura di norme ben definite, cedimento agli istinti e violazione dei doveri. Nella Deledda come pure nelle opre di Verga, il sesso può incrinare i paradigmi della società, la famiglia, il matrimonio, il sacerdozio e “la tentazione non è soltanto la provocazione dei sensi, ma la prova dell’anima, il fatto decisivo e capitale della vita”. Quella di Elias è la vicenda di un giovane che dopo aver scontato anni di carcere, torna al paese e si innamora di Maddalena, già fidanzata col fratello. Dopo il matrimonio della ragazza la relazione amorosa tra Elias e Maddalena continua per anni e si protrae anche dopo che Elias si è fatto prete per allontanarsi e espiare la colpa. La battaglia morale del giovane si staglia nella semplicità e nel silenzio del paesaggio a rappresentare “la lotta che si combatte nell’anima del protagonista tra bene e male”. Nella vita pastorale descritta dalla  Deledda non si riscontra “l’eleganza arcaica e decorativa “ de “La figlia di Jorio” in cui Mila, che ha fama di strega e prostituta, si rifugia in casa di Aligi che per difendere la donna è costretto ad uccidere il padre.

Nel “poema di sangue e di lussuria” del D’Annunzio si accentua il mito delle superfemmine fatali in cui l’autore dà libero sfogo a tutto il suo lirismo surreale e onirico e onirico.   (FILEminimizer) klimt

Nel romanzo “Doppio sogno” A. Schnitzler esamina e descrive l’attrazione per un altro e i turbamenti che derivano dalla tentazione all’infedeltà e che incrinano il rapporto di coppia. Albertine e Fridolin si raccontano gli episodi che hanno vissuto ad un ballo; lui si è lasciato andare alle lusinghe di due signore in domino rosso mentre lei si è lasciata corteggiare da un cavaliere sconosciuto. Le avventure dei due coniugi, speculari e simmetriche, sembrano negare una reciproca gelosia che nelle loro parole ne emerge in gran quantità. La differenza consiste nel fatto che l’uomo le avventure le vive nella vita reale mentre la donna le vive soltanto in sogno. L’elemento conduttore del sesso immaginato e cercato e mai portato a compimento, anticipa l’attualità del sesso virtuale dai cartelloni pubblicitari a vari siti internet. “Non si può ipotecare il futuro” è la frase pronunciata da Albertine al rientro del marito alle quattro del mattino in quanto dal suo sogno emerge il desiderio del tradimento e il dialogo tra i due che chiude la novella segna l’ambiguo confine tra sogno e realtà per cui non è casuale la descrizione del ballo in maschera e quello del mascheramento dei personaggi.

la cucina                                                             opossum

Con occhio lucido e attento, perizia di particolari e scrupolosa competenza letteraria Lorenzo Spurio nel racconto “Quelle conferenze”, inserito nel testo “La cucina arancione”, mette in luce uno dei tanti casi  di adulterio in cui si ravvisano le medesime dinamiche di coppia esaminate da Schnitzler in “Doppio sogno”. Da una parte c’è una casalinga abitudinaria e dall’altra un “rispettabile docente universitario” che si inventa cicli di conferenze in altri atenei per incontrarsi con l’amante di turno. “Suo marito è vigile e si sta riprendendo… Nulla di grave. Ma è necessario il ricovero per questa notte… ci ha pregato insistentemente di non avvisarla…”. Quella telefonata inattesa spezza la “tranquillità abitudinaria” di Maria Giulia che è solita occupare le sue ore di relax con “le sue soap preferite”. Quando riaggancia il telefono e chiude il televisore, “un ammasso di pensieri” la fa giungere alla conclusione che suo marito non le ha detto la verità. “ma si può confondere Grosseto con Roma? Non di certo”. Ed è così che dopo tanti anni di matrimonio che la donna deve rendersi conto che quella di suo marito è sempre stata una presa in giro. “Utilizzare la cultura e il suo lavoro per coprire simili immoralità” pena tra sé la donna, “assalita da una rabbia cieca”  mentre nell’idea matura una triste vendetta. Con l’atteggiamento di sempre accoglie l’uomo, quando si presenta a casa con “un colorito leggermente spento” e il viso che mostra segni di stanchezza. “Un giorno se ti va ci andiamo. Potrebbe piacerti”, “Dovrai prenderti qualche giorno, però, per… motivi familiari” E la voragine che si era aperta tra i due spalanca le fauci e il professor Moretti è costretto a caricare i bagagli sulla sua macchina. La crudeltà adulterina dell’uomo sta nell’aver  approfittato della semplicità intellettuale e culturale della moglie e anche in questo caso la forza del sesso si connota nel ricatto morale e nell’ inganno, comportamenti che infrangono il patto d’amore e vanno a ledere la dignità dell’altro.

Il sesso come devianza e perversione è narrato da Lorenzo Spurio nel racconto “La cucina arancione” (op. cit.). Nella frase di incipit l’autore lascia già presagire quali saranno gli sviluppi della storia. “Ogni qualvolta che facevamo l’amore, Stella voleva essere legata”. La donna “abbastanza eccentrica (e) non particolarmente bella” circuisce il povero Alberto con movimenti strani e quasi meccanici e con un tipo di abbigliamento perturbante, “espressione di un gusto macabro e orrido”. Tra un wiskey e l’altro, consumati al bancone del bar, la Morte, come l’ha soprannominata Alberto, riesce ad accalappiare l’uomo e a condurlo in quella cucina arancione dove le pareti sono pitturate di color arancione, un colore accecante, nauseante, opprimente, una tinta del tutto inusuale  per una cucina dove la dominante viene ad essere un tipo di sessualità al limite della perversione e della violenza di genere. L’atteggiamento ingannevole di Stella non cerca la pace come nel caso di Lisistrata, ma è unicamente finalizzata al danno economico della preda che si ritrova a fare  il barbone perché nel frattempo al donna si è appropriata di tutti i suoi averi.

La sessualità é energia che si esprime sotto forma di pensiero, di movimento, di sentimento, di passione perché “C’è qualcosa di profondo e terribile nelle potenzialità della sessualità che costringe la società a tenerla separata dalle altre sfere in quanto sembra ed è puro gioco, ma scatena razioni che si svolgono sul registro del tutto e del nulla, della vita e della morte. Anche un semplice sguardo può mettere in moto desideri sfrenati, amore, odio, vendetta (mentre) la fascinazione é sempre un invito e un rifiuto, in definitiva una sfida. Per questo ha un effetto conturbante, inquietante, perché fa intravedere una modalità di esistenza beata” ( F. Alberoni).( Lucia Bonanni, commento a “La cucina arancione”)

 

girotondo

“Chi ama non ha bisogno dell’atto sessuale per sentirsi felice” e non c’è nulla di magico o di divinatorio nella seduzione. Solo realtà. Realtà talvolta cruda, realtà di personaggi che sono persone e come persone soffrono quel “male di vivere” che spesso sfocia in patologie conclamate, conflitti e devianze, del tutto avversi alla vita  e alla sua stessa natura.

Non c’è nulla di magico… solo un’approfondita conoscenza del saper tirare in disparte con allettamenti e lusinghe e suscitare un’attrazione viva e irresistibile. (idem)

Oltretutto “La contemplazione del tempo è la chiave della vita umana. È il mistero irriducibile sul quale nessuna scienza fa presa”(S.Weil)), dimensione temporale in cui è racchiusa la caratteristica più evidente di un’anima pura, caratteristica che, come afferma Pascal, è quella di amare con passione, senza parsimonia di sentimenti e la pochezza delle emozioni con cui l’uomo spesse gestisce le proprie relazioni. Tra l’altro l’uomo apatico è figura dei nostri giorni e rivela il modo di vivere di chi non sa affrontare con coraggio un sentimento forte e, non volendo correre rischi sentimentali, rinuncia alla ricerca e all’incontro per chiudersi nella fredda distanza.

“Se d’improvviso/mi dimentichi,/non cercarmi/ chè già ti avrò dimenticata/Ma/ se un giorno,/ogni ora/senti che a me sei destinata/in me tutto quel fuoco si ripete”.

 amore

 

 

 

 

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LE POESIE DI EMANUELE MARCUCCIO

(FILEminimizer) luna vivace (6)Come fa notare Luciano Domenighini, quelle di Marcuccio sono <liriche “cosmiche>, liriche che sanno toccare le corde
dell’interiorità, che solcano l’animo e lasciano tracciati di riflessione e
completo abbandono alla catarsi. Seguendo il dettato logico delle categorie
grammaticali, si possono seriore verbi, sostantivi e aggettivi, disposti in
ordine non casuale, come possiamo evidenziare una tassonomia di quelli che sono
i vari complementi e le varie figure concettuali. Efficaci i verbi di movimento
che conferiscono alla scrittura dinamismo espressivo, modalità che va a creare
connessioni logiche con aggettivi e sostantivi che danno il senso dell’ampiezza
e di superficie mentre altre forme portano al componimento levità, grazia e
leggerezza. La matrice concettuale su cui si snodano i versi, è quella dei
contrari, dell’ossimoro, della sineddoche e della metonimia in accezione
quantitativa e qualitativa  senza
dimenticare l’apocope e le licenze poeticheIn “Mare della Tranquillità” l’attacco verbale “tien”, scritto in apocope, rende il verso snello e leggero il cui soggetto è la luna con le sue “vecchie strade”. Quell’aggettivo “vecchie”, che potrebbe sembrare scontato e persino banale, è il perno su cui ruota l’eterna annosità del satellite. In legame covalente col primo,  il secondo verso si apre con un’altra forma verbale in apocope “ a separar” cui segue un’espressione eccellente, “gli ammassi oceani”. Se l’autore, come scrive nella lirica “Carpe”, avesse usato l’aggettivo ammassati, non avrebbe raggiunto né originalità espressiva e neppure sarebbe riuscito a catturare l’attenzione del lettore. Quell’aggettivo che volge in sostantivo, pone sulla carta l’idea di un qualcosa di compatto, di un qualcosa ammassato con acqua e terra. La  staticità è sovrana sulla “superfice” degli oceani, qui intesi non tanto nell’accezione del termine, ma nella vastità dell’ambiente, un’area astronomica, quella della luna,  dove ci sono mari che la solcano “in prosciugata tranquillità”. Il verbo solcare è proprio dei natanti che lasciano dietro di sé una scia spumeggiante, ma è proprio anche del lavoro dei campi dove si vedono gli aratri tracciare solchi nella terra. Il sostantivo mare richiama l’idea dell’acqua mentre l’aggettivo prosciugata, participio passato del verbo prosciugare, si connota nel significato di asciutto, di siccità, di secco e desertico. La contrapposizione che sorge tra i due termini, forma un ossimoro che va ad incidere sul sostantivo tranquillità, allargandone il significato anche nel senso di silenzio e quiete.

DI SETAAd apertura della lirica “Di seta” originale  e ben calibrato il complemento di materia che nel dipanarsi dei versi va a confluire in quello “di poesia” in modo che la parola sia così lieve e leggera da essere di serica essenza  mentre l’anima si eleva e si libra, divenendo di poesia. Ma alla stregua di un tessuto di seta la parola sa essere forte e tenace e nella sua corsa sulla pagina bianca crea il verso e riesce a parare i colpi che giungono dall’esterno. Così, onde evitare che l’ispirazione possa svanire nella modulazione dell’attimo, riempie veloce il rigo che è al contempo “leggero e pieno”; leggero perché l’anima ne è rasserenata e pieno perché le sillabe danno corpo ad ogni singolo verso. Qui la parola rigo, parte per il tutto, sta ad indicare anche il foglio bianco che talvolta incute timore mentre il verbo vergare può essere assimilato col verbo arare ed è un’azione forte, decisa, veloce , ma ferma, quella che compie la mano nel riempire il rigo di sillabe e suoni. I due aggettivi leggero e pieno, intercalati dallo spazio bianco, sembrano formare una scia spumeggiante mentre i riverberi di luce guizzano e saltellano tra uno spazio e l’altro. Con i due distici, le due terzine, e il verso formato da una sola parola, il tutto separato dalla pausa, il componimento sembra essere un sonetto caudato, rivisitato in chiave moderna. L’uso  del verso isolato e formato da una sola parola, è abilità di Marcuccio che sa forgiare neologismi assonanti fino “all’invero limite” della prassi poetica anche con l’uso sapiente della lingua latina.

(FILEminimizer) ponte di Cimabue“Per una strada senza fronde

si aggira furtivo e svelto

il nostro inconscio senso,

passa e non si ferma,

continua ad andar via

e non si sa dove mai sia”

 Determinate nel componimento “Per una strada” è l’articolo  indeterminativo “un” anteposto alla parola strada. Come ho già avuto modo di scrivere, se Marcuccio avesse usato l’articolo determinativo, l’intero componimento avrebbe perso quell’aura di mistero e indeterminatezza che lo distingue e lo rende enigmatico per cui il lettore è portato perciò  a domandarsi di quale strada possa trattarsi e in quale luogo la stessa strada sia collocata. Poterebbe trattarsi di una strada cittadina come di una strada di campagna, di un tratturo di montagna o di un percorso della via Francigena. Anche le fronde, come la strada, sonno elemento ricorrente nella poetica di Marcuccio e in certi casi assumono una connotazione diversa  dal significato intrinseco della parola. La strada è luogo privilegiato nei versi del poeta e prende le sembianze di luogo dell’anima, di spazio interiore, di topos emotivo, di cellula di identità, un sito di memorie in cui l’inconscio si muove a passo svelto , guardingo, timoroso persino di essere scoperto. Pertanto non staziona, non si adagia, non si ferma, ma continua la propria corsa verso qualcosa di indefinito e di infinito, simile ad un Kairos fuggente che neppure Cronos riesce a fermare. Dal canto suo l’autore non può far altro che prendere coscienza di questo stato aereo che sfugge e sguscia via, lontano dalla penna che vorrebbe trattenerlo sul rigo e spesso non lascia traccia del suo passaggio e alla fine “non si sa dove mai sia”. Le rime a fine rigo, anche le più dotte e articolate, non fanno parte della poetica di Marcuccio che, pur amando la musicalità dei versi  e la fluidità della scrittura, affida i suoi componimenti alle armonie imitative e alle figure di suono, facendo leva sui traslati e le altre figure di significato. Il lessico sempre molto ampio e ben ponderato, è base di ciascun dettato poetico e ne integra il valore compositivo che risulta sempre essere fresco e spontaneo. Si palesa così la continua ricerca dell’essenzialità e della sintesi in cui spesso è assente l’uso della punteggiatura metre gli “a capo” vanno a formare pause e cesure. “Ermetismo cosmico” è la formula coniata da Luciano Domenighini per descrivere il “modus poetandi” di Marcuccio: “Ermetismo” perché il nucleo poetico è al contempo sintetico e codificato, “Cosmico” perché si inoltra in una dimensione cosmica e ultraterrena. Come scrive lo stesso Marcuccio nel saggio “La mia poetica” “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso” ed io nei suoi versi ho ritrovato frammenti del mio sentire , fronde della mia anima che per strada raccoglie pensieri e si spinge fino ai limiti del reale per ricercare  tranquillità. La sua poesia è un qualcosa di straordinario che riesce a destare meraviglia e ad interessare alla lettura. É un respiro ampio  di vita che “ci spinge a ricercare nuovi lidi, dove far approdare questo inquieto nocchiero che è il nostro cuore” (E. Marcuccio, op. cit.).

MARCUCCIO

 

LUCIA BONANNI

24 settembre 2015

 

 

 

 

 

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